Regole (sbagliate) imparate a scuola: la ‘e’ non-si-mette a inizio frase.

24 09 2007

Quante volte la maestra (anche se molte volte il maestro è maschio, nell’immaginario popolare l’insegnante è – di un è = essere filosofico kantiano – femmina, soprattutto per i danni, spesso irreveresibili, causati ai pargoli. Paese maschilista? Mah).

Comunque, quanta volte la maestra vi ha detto: “Non si comincia la frase con ‘e’, la ‘e’ congiunzione, lo dice la parola, con-giun-ge due frasi, sta in mezzo, non all’inizio e nemmeno alla fine”.
Non diceva proprio così, era meno sintetica e aveva la voce più stridula della mia.
“‘E’ la Tosca, signora maestra?” dico io. “E lucean le stelle/ e olezzava la terra…”.
“Ma che c’azzecca, quella ‘e’ serve alla metrica. Che siete metri, voi?” m’avrebbe risposto la signora maestra.

La maestra, metri a parte, ha ragione. Grammaticalmente. Ma la lingua, vivaddio, è strumento plastico – cangiante, direbbe la maestra – che si adatta malamente alle rigide gabbie grammaticali.
È mezzo di comunicazione, di persuasione, mediazione costante tra un io e un altro io (o molti altri ‘ii’ – “Non si fa il plurale di ‘io’ – abbattete la maestra, please!).
Se per essere più efficace devo sacrificare il De Mauro-Paravia, oltre alla maestra, mi dispiace per Tullio, ma io lo sacrifico.
E comincio le frasi per ‘e’.

E lucevan le stelle
e olezzava la terra
stridea l’uscio dell’orto
e un passo sfiorava la rena.
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia.
Oh! dolci baci, o languide carezze,
mentr’io fremente le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d’amore.
L’ora è fuggita
E muoio disperato!

E non ho amato mai tanto la vita!

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